La breakdance di Haring nei saloni di Sua Maestà La Reggia
- La breakdance di haring fino al prossimo 4 novembre l’opera è esposta nella settecentesca Sala dei Porti della Reggia di Caserta, preceduta dal grande acrilico “Senza titolo” dello stesso autore appartenente alla collezione Terrae Motus
E’ una danza bacchica di iniziazione ai “misteri” della breakdance in voga nelle discoteche neworkesi degli anni Ottanta frequentate dai giovani delle comunità multietniche, quella che Keith Haring mette in scena sul Murale di Milwaukee, il suo capolavoro. Fino al prossimo 4 novembre l’opera è esposta nella settecentesca Sala dei Porti della Reggia di Caserta, preceduta dal grande acrilico “Senza titolo” dello stesso autore appartenente alla collezione Terrae Motus.
Il Murale è uno dei primi graffiti “legali” dell’artista dopo tanti disegni clandestini e anonimi tra i vuoti dei manifesti pubblicitari della metropolitana di New York; attività che spesso gli valse l’arresto e l’ammenda della polizia ma lo pose a contatto diretto con un pubblico eterogeneo che contribuì a dargli notorietà. Più che una storia scritta, il fraseggio pittografico di Haring,30 metridi lunghezza formati da 24 pannelli di legno assemblato, suggerisce all’osservatore alcune “parole” da leggere autonomamente.
L’ iconografia del murale, che non è il risultato di un progetto tematico ma il prodotto di un work in progress e segna un ulteriore passo nel vocabolario dell’artista, è bifronte.
Sul lato anteriore, visibile dal cantiere, figure scatenate come menadi danzano al ritmo della musica hip hop e dell’electric-boogie,“teleguidate” dagli impulsi di un omino-televisore con gambe e ali il cui monitor reca impresso il numero 83, anno di realizzazione dell’opera.
Sull’altro fronte, visibile dall’autostrada prossima al cantiere, la burrascosa visione del lato anteriore si placa nella doppia fascia ordinata di bambini carponi e cani che abbaiano, simboli primordiali ed essenza della vita sulla terra, oltre che elementi ricorrenti del vocabolario dell’artista.
“Mi piace pensare a un luogo, il museo, in cui le opere sopravvivono agli artisti e dove la gente possa ammirarle per molto tempo”: così Haring, un po’ all’antica, ammette nella video-intervista che correda l’installazione. Chissà, forse sapendo che il suo murale avrebbe soggiornato alla corte dei Borbone, l’adulto-bambino dall’aria bonaria e cordiale la cui vita fu presto stroncata dal virus dell’HIV, ci avrebbe regalato di nuovo quella faccia a tre occhi, sorridente e burlesca, che in fondo è il suo autoritratto.
Il Keith Haring Mural Project
Quando, nel febbraio del 1983,la Marquette Universitydi Milwaukee lo invitò a dipingere la recinzione del cantiere dell’Haggerty Museum in costruzione, il venticinquenne Haring accettò con entusiasmo. L’artista rinunciò a ogni compenso accontentandosi solo del rimborso delle spese di viaggio e alloggio. Infatti la proposta, oltre offrirgli l’opportunità di visitare la città dello Stato del Wisconsin, lo attraeva perché annunciava la nascita di un nuovo museo con un’opera originale, creata espressamente per quell’occasione e contesto. Così, durante i giorni di lavoro e fino all’inaugurazione, avvenuta il 25 aprile 1983, l’elemento più marginale del cantiere divenne il centro delle celebrazioni e il proscenio della performance di Haring.








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